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Trattamento xantelasmi

Lo xantelasma palpebrale è il più comune xantoma cutaneo ed è una condizione comune nella popolazione generale. E’ spesso bilaterale e colpisce pazienti da 30 anni in su.
Colpisce con maggiore frequenza i soggetti di sesso femminile e la prevalenza di questa condizione aumenta con l’età. L’incidenza è dell’1.1% nei soggetti di sesso femminile e dello 0.3% nei soggetti di sesso maschile.
Si presenta clinicamente come una placca soffice sottocutanea giallastra di forma circolare o ellittica composta di colesterolo esterificato e lipidi. Si localizza solitamente sul lato mediale delle palpebre.
Le lesioni non trattate non regrediscono spontaneamente, anzi possono diffondersi progressivamente dal canto mediale fino a comprendere, nelle forme avanzate, l’intera area palpebrale periorbitaria (Xantelasma Gigante).
Non esistono complicanze clinicamente significative; soltanto in rari casi gli xantelasmi diventano talmente voluminosi da ostacolare la visione. Non è ancora dimostrato che la dieta povera di lipidi si associ ad una regressione degli xantelasmi.
Lo xantelasma palpebrale rappresenta una vera e propria sfida terapeutica ed estetica dato l’elevato tasso di recidiva a seguito di una vasta gamma di trattamenti.
Le modalità di trattamento prevedono l’escissione chirurgica, l’applicazione topica di acido tricloroacetico (poco tollerata dal paz), o il trattamento mediante Plexr.
L’escissione chirurgica rimane attualmente l’approccio terapeutico più utilizzato nel trattamento degli xantelasmi della palpebra superiore, in quanto garantisce ottimi risultati estetici e rare complicanze.
In caso di interessamento della palpebra inferiore le possibilità di escissione chirurgica sono invece ridotte dal rischio di ectropion post-chirurgico. Le recidive di xantelasma sono frequenti e questo comporta ulteriori limitazioni all’approccio chirurgico in quanto sono sconsigliate ripetute resezioni palpebrali. L’utilizzo del Plexr, invece, permette di asportare soltanto lo xantelasma superficialmente facendo guarire la ferita per seconda intenzione (da sola) dopo la caduta dell’escara (crosticina) che si forma il giorno seguente.
Il meccanismo di guarigione è quindi paragonabile a quello di una comune abrasione cutanea superficiale.
Il vantaggio di questa tecnica è quello di non dover rimuovere tessuto cutaneo e quindi di non accorciare la palpebra, evitando così il rischio di ectropion palpebrale (la palpebra troppo corta che ruota verso l’esterno), e, in caso di recidiva, di poter nuovamente intervenire sulla neoformazione. Si esegue in anestesia locale o in alcuni casi con la sola applicazione di una crema anestetica. Non necessita di punti di sutura e gli esiti sono molto soddisfacenti per i pazienti che si sottopongono a questo trattamento. 

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© DR. ARIANNA MILIA
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